Da ‘Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato’ a ‘Bianca’, Da ‘Chocolat’a ‘Grand Budapest Hotel’, il cioccolato è spesso utilizzato per raccontare storie dai mille significati.

Il gusto dolce del ciocolato si lega al gusto delle storie a lasciare negli spettatori un sapore unico e un ricordo indelebile. “Il cioccolato nel cinema non ha solo un impatto dal punto di vista del significato- ci spiega il critico cinematografico Giampiero Frasca – ma anche estetico. Il cioccolato è un cibo riconoscibile, nell’immaginario collettivo rappresenta il dolce per eccellenza che può arricchirsi di mille ingredienti diversi. Per questo, il cioccolato dà una possibilità a ventaglio molto più ampia nel cinema di molti altri alimenti”.
“L’agente segreto” (Alfred Hitchcock, 1936)
Anche in questo caso il cioccolato si lega al male: una fabbrica di cioccolato è utilizzata dai tedeschi nella prima guerra mondiale come base per una cospirazione internazionale.
“Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” (Mel Stuart, 1971)
Il piccolo Charlie, di umili origini, vede nella barretta di cioccolato Wonka la possibilità non solo di un riscatto sociale, ma anche quella di poter realizzare il sogno di visitare la fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, vincendo il premio speciale messo in palio dal proprietario della fabbrica.
“Pane e Cioccolata”: il cioccolato simbolo dell’inadeguatezza sociale (Franco Brusati, 1974)
Pensiamo poi a “Pane e cioccolato“, che parla di immigrazione: “Nino Manfredi lavora in Svizzera, è domenica, è vestito con un’accozzaglia di colori indegna” spiega Frasca “si trova su un prato con molte persone che partecipano a pic-nic, a banchetti sontuosi, mentre lui mangia quello che può permettersi, pane e cioccolato, che è il simbolo della sua inadeguatezza sociale”.
“Bianca”: il cioccolato sostituisce l’affetto (Nanni Moretti, 1984)
Ci sono poi casi di film in cui il cioccolato diventa un surrogato dell’affettività che manca: in questo cult movie Michele Apicella, alter ego di Moretti, emotivamente distrutto dal rapporto con la collega Bianca, nel cuore della notte si alza dal letto per cercare un appagamento affettivo attraverso un barattolo gigante di crema al cioccolato posizionato sul tavolo della cucina.
“Come l’acqua per il cioccolato”: il cioccolato che fa innamorare (Alfonso Arau, 1992)
Siamo in Messico, nei primi anni del Novecento: Pedro e Tita si amano sin da bambini, ma la loro passione è ostacolata dalla famiglia. In Messico la cioccolata calda si fa anche con l’acqua, quindi il titolo significa che una cosa è perfetta insieme ad un’altra, ma si collega anche all’idea del bollore dell’acqua al bollore della passione tra Pedro e Tita.
“Forrest Gump”: il cioccolato come metafora della vita (Robert Zemeckis, 1994)
La scatola di cioccolatini di Forrest Gump è tanto famosa da essere diventata una citazione comune: il protagonista è seduto sulla panchina dove racconta la sua vita e quella degli Stati Uniti e a un certo punto dice “la vita è come una scatola di cioccolatini”. Il primo significato del cioccolato è che la vita è una sorpresa tutta da scartare, come un cioccolatino.
“Grazie per la cioccolata” (Claude Chabrol, 2000)
Ci sono poi casi in cui il cioccolato è collegato al male e al crimine. La cioccolata calda in questo film è usata da Isabelle Huppert per versare un tranquillante con cui raggiungere i suoi loschi scopi.
“Chocolat”: la passione che passa dal cioccolato (Lasse Hallström, 2000)
Vianne giunge con la figlia in un piccolo paesino e apre un negozio di cioccolata. Sa capire le persone e consigliare ad ognuno la  pralina più giusta per lo stato d’animo e per la disposizione. I benpensanti del piccolo paese sono contrari all’iniziativa e cercano di ostacolarla in tutti i modi. Finché un giorno giunge nel villaggio uno zingaro musicista, Roux, che difende la donna e il suo lavoro.
“Emotivi Anonimi”: nascondersi dietro a una tavoletta di cioccolata (Jean-Pierre Améris, 2010)
Angélique è una maestra cioccolataia che ha paura di tutto e frequenta un gruppo di sostegno chiamato “emotivi anonimi”. Rimasta senza lavoro, conosce Jean-René, un uomo timido, terrorizzato dalle donne, proprietario di una piccola fabbrica di cioccolato, in apparenza duro e severo, ma in realtà timido e imbarazzato. Tra i due si instaura un legame tra paure e ansie che solo il cioccolato riesce a sconfiggere.
“Grand Budapest Hotel”: il valore magico dei Courtesan au chocolat (Wes Anderson, 2014)
Nel film fresco di Oscar i courtesan au chocolat rappresentano la salvezza, quella del personaggio di Zero Moustafa che grazie alle scatole di questi dolci al cioccolato può fuggire dalla prigione. Persino i secondini non li toccano consapevoli del fatto che essi rappresentano la perfezione estetica. Sono dei piccoli pasticcini alla crema, ricoperti di glassa colorata e preparati dalla pasticceria Mendl’s nella fantastica Repubblica di Zubrowka. Li prepara la pasticciera Agatha, che, con i suoi dolcetti e l’amato Zero Moustafa salva Monsieur Gustave e le sorti del Grand Budapest Hotel.
A Choc – Il salone del Cioccolato un programma ricco alla ricerca di colori, sensazioni e abbinamenti dedicati al cioccolato!
 Fonte: expo2015